Un anno dopo la Brexit: cosa succede nel mercato Ue?

Pubblicato da il 27/06/2017 in news -
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Brexit, a poco più di un anno dal referendum che ha sancito l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, a che punto si è arrivati e quali sono gli scenari in arrivo per il mondo della finanza?

Dopo 12 mesi, la Brexit non è di certo caduta nel dimenticatoio e, anzi, a molti europei e anche a tanti inglesi fa una certa paura. Tra l’altro, proprio questa settimana, Londra è stata spettatrice dello spettacolo dei giapponesi che, nella veste delle due maggiori banche del Sol Levante (Daiwa e Nomura), si sono unite alle varie stelle dalla finanza che si dirigono verso Francoforte. Londra, o meglio, la Gran Bretagna è un Paese che deve il 10 per cento del suo Pil alla finanza e considerato che, nei giorni scorsi, la Bce ha alzato il fuoco contro quello che spesso viene definito monopolio di Londra sulle transazioni dei derivati in euro (quasi 800 miliardi di euro come giro d’affari), i presagi che gravitano intorno alla Brexit non sembrano buoni.

Ritornando a Francoforte, proprio in questi giorni è stato richiesto alla Commissioni e al Parlamento di emendare le regole relative alle clearing houses (gli organi di mercato che fungono da controparte automatica e speculare di tutti i contratti stipulati in un mercato, al fine di limitare il rischio di inadempimento delle transazioni) perché alzino i margini di garanzia che le parti devono versare sui contratti. Ricordiamo comunque che Francoforte, ad oggi, non ha poteri diretti sulle case londinesi, nonostante li avesse chiesti già nel 2011.

I rapporti commerciali tra Ue e Gran Bretagna, post Brexit, potrebbero quindi essere ridotti a standard minimi del World Trade Organization e questo potrebbe avere un impatto molto forte soprattutto per il “mercato capitanato dalla Merkel” e quindi il gioiello dell’industria automobilistica tedesca. Solo lo scorso anno, le case automobilistiche tedesche hanno infatti venduto quasi un milione di auto in Gran Bretagna e, secondo le regole stanziate dal WTO, le automobili che vengono importate dalla Germania devono pagare un dazio del 10% e, aggiungendo la svalutazione della sterlina rispetto all’euro, le automobili tedesche verrebbero a costare il 21% in più rispetto a quanto accade adesso. Pertanto, è possibile che le vendite Volkswagen, Bmw, Mercedes, Opel e Ford potrebbero subire un forte ribasso mettendo quindi a rischio non solo tale mercato ma anche tanti posti di lavoro in Germania e all’estero, compresa l’Italia.

Che gli elettori inglesi abbiano cominciato a ricredersi rispetto a quanto votato poco più di un anno fa? Difficile a dirsi, anche se molti britannici sembrano aperti ad accettare concessioni sull’immigrazione dalla Ue, in cambio di un accordo commerciale che sventi la rottura con quanto accade oggi. Ovviamente questi sono solo sondaggi ma di certo sono movimenti politici e monetari da tenere sott’occhio in caso di investimenti nel mercato estero.

Per tale motivo, investire nel mercato azionario e obbligazionario potrebbe essere – se non molto rischioso – quanto meno difficile. Alcune delle alternative più utilizzate sono i Titoli di Stato italiani e il conto deposito. I primi sono tuttavia caratterizzati da rendimenti prossimi allo zero (sintomo che la solvibilità del nostro Stato non è in dubbio) e risultano quindi poco appetibili. I secondi invece riescono a garantire tassi ancora interessanti, soprattutto nella versione conto deposito vincolato, ossia quelle che prevedono la possibilità di ritirare il capitale versato a scadenze prestabilite.

Fonte: La Repubblica

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