Risparmio: cosa cambia con il bail in

Pubblicato da il 02/12/2015 in news -

La nuova direttiva europea sul salvataggio delle banche in crisi, la Bank Recovery and Resolution Directive, che entrerà in vigore nel 2016, ma che per il bail in è già applicabile, ha suscitato grande interesse fra i piccoli risparmiatori e anche all’interno degli istituti di credito. Le norme che regolano la risoluzione di una banca, cioè il suo processo di risanamento, prevedono diversi strumenti per far fronte alle passività:

  1. vendere una parte dell’attività a un acquirente privato;
  2. trasferire temporaneamente le attività e passività a un’entità (bridge bank) costituita e gestita dalle autorità per proseguire le funzioni più importanti, in vista di una successiva vendita sul mercato;
  3. trasferire le attività deteriorate a un veicolo (bad bank) che ne gestisca la liquidazione in tempi ragionevoli;
  4. applicare il bail-in, ossia svalutare azioni e crediti e convertirli in azioni per assorbire le perdite e ricapitalizzare la banca in difficoltà o una nuova entità che ne continui le funzioni essenziali.

Il punto 4) è quello che già da quest’anno potrebbe interessare i piccoli risparmiatori che abbiano sottoscritto bond, bond subordinati o altri titoli obbligazionari. Nella pagina fattori di rischio dei titoli deve essere segnalata la seguente possibilità: “Le autorità competenti possono decidere, al ricorrere di specifiche condizioni, la svalutazione delle obbligazioni emesse dalla banca in crisi, con possibilità di azzeramento del valore nominale delle stesse nonché di conversione di tali obbligazioni in titoli di capitale. Le autorità possono inoltre cancellare le obbligazioni e modificare la scadenza delle stesse e l’importo degli interessi pagabili”.

Bail in è un termine inglese, deriva dal verbo to bail, che significa aiutare, garantire, sostenere, e dalla preposizione in, che definisce uno spazio interno. Il bail in infatti si contrappone al bail out, ossia al salvataggio esterno della banca, quello realizzato grazie all’intervento statale. In quest’ultimo caso però i costi dei default bancari ricadono sulle spalle dei contribuenti.

Sul punto la Banca d’Italia  ha realizzato un documento che chiarisce i diversi passaggi della procedura di bail in e risponde alle domande di chi ha investito i propri risparmi e teme di perderli.

Che cosa rischiano i risparmiatori in caso di bail in?
Chi possiede un’obbligazione bancaria potrebbe veder convertito in azioni e/o ridotto (in tutto o in parte) il proprio credito, ma solo se le risorse degli azionisti e di coloro che hanno titoli di debito subordinati (cioè più rischiosi) si sono rivelate insufficienti a coprire le perdite e ricapitalizzare la banca, e sempre che l’autorità non decida di escludere tali crediti in via discrezionale, al fine di evitare il rischio di contagio e preservare la stabilità finanziaria.

L’ordine di priorità per il bail in è il seguente:

  1. gli azionisti;
  2. i detentori di altri titoli di capitale;
  3. gli altri creditori subordinati;
  4. i creditori chirografari (quelli non assistiti da alcuna causa di prelazione);
  5. le persone fisiche e le piccole e medie imprese titolari di depositi per l’importo eccedente i 100.000 euro;
  6. il fondo di garanzia dei depositi, che contribuisce al bail-in al posto dei depositanti protetti.

Quali forme d’investimento e di risparmio bancario sono escluse dal bail in?
Sono completamente esclusi dall’ambito di applicazione e non possono quindi essere né svalutati né convertiti in capitale:

  1. i depositi protetti dal sistema di garanzia dei depositi, cioè quelli di importo fino a 100.000 euro;
  2. le passività garantite, inclusi i covered bonds e altri strumenti garantiti;
  3. le passività derivanti dalla detenzione di beni della clientela o in virtù di una relazione fiduciaria, come ad esempio il contenuto delle cassette di sicurezza o i titoli detenuti in un conto apposito;
  4. le passività interbancarie (ad esclusione dei rapporti infragruppo) con durata originaria inferiore a 7 giorni;
  5. le passività derivanti dalla partecipazione ai sistemi di pagamento con una durata residua inferiore a 7 giorni;
  6. i debiti verso i dipendenti, i debiti commerciali e quelli fiscali purché privilegiati dalla normativa fallimentare.
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