Riforma delle pensioni e previdenza complementare

Pubblicato da il 11/05/2016 in risparmio -

Tra le priorità del Governo vi è quella di inserire alcune misure, nella prossima legge di Stabilità, che garantiscano strumenti flessibili in uscita dal mondo del lavoro ai lavoratori prossimi alla pensione. L’attenzione è concentrata, in questi giorni e in modo particolare, sulla previdenza complementare e sull’ipotesi di rendere obbligatoria l’adesione a questi strumenti: banalmente ciò che avviene già ora per le RCA. Tale necessità deriva dal fatto che la pensione non sempre è sufficiente a garantire il sostentamento della persona in quanto di importo decisamente inferiore a quello dello stipendio che percepiva. Questa situazione è particolarmente diffusa soprattutto tra quelle categorie di lavoratori che devono provvedere a versare loro stessi i contributi ai fini pensionistici e il cui ammontare viene stabilito in base al fatturato (i liberi professionisti, i titolari di società di persone ecc.).

Costruire una pensione integrativa significa accantonare nel tempo una certa somma che, una volta raggiunto il pensionamento, può essere tramutata in rendita oppure che viene restituita in un’unica soluzione (o combinazioni percentuali delle due soluzioni). Esistono numerosi strumenti creati appositamente per tale scopo, e incentivati fiscalmente dallo Stato, come i PIP (piani pensionistici individuali). Essi prevedono la possibilità di versare con la massima flessibilità (quanto e quando si vuole) le somme che verranno poi investite in fondi comuni e otterranno un certo rendimento in base all’andamento dello stesso. Le cifre versate in tali prodotti possono essere prelevate solo nel momento del pensionamento o in particolari situazioni (disoccupazione, prima casa, e altre, analogamente a quanto normato per la richiesta di anticipo sul TFR); inoltre, possono essere prelevate in un’unica soluzione solo se inferiori ad una certa cifra, viceversa vengono erogate tramite rendita. Inoltre, i rendimenti non sono garantiti nè costanti nel tempo in quanto dipendono appunto dall’andamento di un fondo. Tali prodotti sono gravati quasi sempre da costi di gestione, spesso costituiti da trattenute sulle cifre versate. Di contro, godono di tassazione agevolata e di deducibilità fiscale.

Esistono dei prodotti che possono essere utilizzati a fini pensionistici ma garantiscono un livello di flessibilità decisamente superiore. E’ il caso ad esempio del conto deposito: rispetto al PIP, il cliente ha la possibilità di accedere in qualsiasi momento alle somme depositate (se non vincolate) o alla scadenza del vincolo, che comunque non è mai superiore ai 5 anni. I rendimenti sono inoltre noti e rimangono stabili per tutta la durata del vincolo. Tali prodotti sono anche generalmente esenti da costi, tranne l’imposta di bollo, obbligatoria per legge, e talvolta presa in carico dalla Banca, che esonera così il cliente dal pagamento. Utilizzare un prodotto di lungo periodo come il fondo pensione può rilevarsi una mossa vincente ma al contempo azzardata: è possibile infatti che nel corso degli anni possano presentarsi occasioni favorevoli che, per essere colte, necessitano di liquidità, motivo per cui una soluzione a breve/medio termine come il conto deposito può rilevarsi più interessante. Una buona idea potrebbe essere quella di utilizzare i PIP facendovi confluire il TFR, in quanto gode di rendimenti superiori e una tassazione inferiore rispetto a quello che accadrebbe se fosse lasciato in azienda, e utilizzare un conto deposito per il risparmio. Su quest’ultimo strumento è possibile, così come sui PIP, attivare una disposizione di trasferimento automatico così da versare automaticamente, mese per mese, una certa cifra: un’indagine ha rivelato che, se inizialmente tale sistema viene dai più visto come un’imposizione, alla lunga ne viene riconosciuto il merito di aiutare il cliente a risparmiare con costanza.

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