Riforma BCC e ricadute sui risparmiatori

Pubblicato da il 21/03/2016 in risparmio -

E’ stato approvato in questi giorni il decreto sulle banche di credito cooperativo (riforma bcc) e sui crediti deteriorati, atteso da mesi da una parte dei risparmiatori italiani. In un comunicato Palazzo Chigi ha reso noto: “Il pacchetto di misure si inserisce nell’ampio disegno di ristrutturazione del sistema bancario italiano con l’obiettivo di rafforzarlo, renderlo più resistente agli shock, mettere gli istituti nelle condizioni di finanziare adeguatamente l’economia reale e quindi favorire la crescita e l’occupazione”. La normativa obbliga le Bcc ad aderire a una holding, cioè a gruppo bancario cooperativo che abbia come capogruppo una società per azioni con un patrimonio non inferiore a 1 miliardo di euro.

Il decreto contiene anche le regole per i rimborsi arbitrali agli obbligazionisti delle banche in crisi che saranno rese note nei prossimi giorni. Cosa cambia per gli altri risparmiatori? L’intento è quello di creare strutture più solide, efficienti e affidabili. Solidità e sicurezza sono elementi ritenuti fondamentali e imprescindibili dai risparmiatori nella scelta di un istituto di credito piuttosto che un altro, così come nella scelta di una certa soluzione di risparmio, ragion per cui, strumenti sicuri come il conto deposito, stanno registrando un incremento delle adesioni.

Per le Bcc che abbiano riserve per almeno 200 milioni, è prevista anche la cosiddetta way out, la via d’uscita: questi istituti possono decidere di non operare più come banche di credito cooperativo e trasformarsi in spa, versando un’imposta straordinaria del 20% sulle riserve. Dai primi sondaggi non risulta che saranno numerosi gli istituti che sceglieranno la way out, sia perché non sono molte le Bcc con riserve di tale entità, sia perché significherebbe tagliare i legami con una clientela affezionata alla visione mutualistica del credito cooperativo. Inoltre sono state sollevate diverse critiche rispetto alla legittimità dell’ipotesi formulata dal Governo, perché con le azioni i soci entrerebbero in possesso di un capitale accumulato dalle precedenti generazioni in esenzione d’imposta (grazie alle agevolazioni fiscali previste a sostegno del fine mutualistico). Poiché l’imposta straordinaria del 20% non compensa il costo finanziario sopportato dallo Stato negli anni, secondo diversi esperti il minimo che ci si potrebbe aspettare, nel caso si desse il via libera alla way out, sarebbe l’attivazione da parte dell’Unione Europea di una procedura d’infrazione per aiuti di Stato.

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