La spinta agli investimenti data dai PIR in Italia

Pubblicato da il 28/11/2017 in news, risparmio -

Nel mondo degli investimenti italiani, da un po’ di mesi a questa parte, non si parla che di PIR, Piani Individuali di Risparmio, che hanno avuto un enorme successo con circa 5 miliardi raccolti. Possono però queste modalità di risparmio e di investimento essere trainanti per l’economia e la piccola media impresa italiana? Vediamolo insieme.

L’ossatura del Bel Paese è certamente fatta di medie e piccole imprese, le quali spesso si finanziano soprattutto a debito e non hanno capitale proprio; questa componente, unita spesso ad un rifiuto, o meglio, ad una riluttanza verso l’apertura a soci e manager esterni a chi tiene le redini delle imprese, spesso famiglie, ne limita però le potenzialità e la loro capacità di crescere. In questo contesto, si inseriscono quindi le agevolazioni fiscali concesse ai Piani Individuali di Risparmio (PIR) che mirano a rimediare a questo limite, incoraggiando invece l’investimento nel capitale di queste imprese italiane.

Quanto hanno raccolto fino ad ora i PIR?

Lo scorso anno, il governo italiano ha introdotto i PIR con l’obiettivo di spingere gli investimenti verso le piccole e medie imprese e, a conti fatti, questi strumenti hanno ottenuto molto più successo di quello che si preventivava. I nuovi piani individuali di risparmio dallo scorso dicembre hanno infatti raccolto oltre 9 miliardi di euro e si stima che a fine anno la raccolta netta proseguirà ancora con il vento in poppa e raccogliendo ancora più investitori.

Tecnicamente, trattandosi i PIR di una sorta di contenitore di strumenti finanziari (azioni, obbligazioni, fondi, polizze, conto corrente), il sottoscrittore può essere esentato dalla tassazione sui capital gain, a condizione che l’investimento abbia una durata minima di cinque anni e che non superi l’importo di trentamila euro annui per un investimento totale massimo di centocinquantamila euro.

PIR: quali rischi?

“Uno dei rischi che si nasconde dietro il successo di questi strumenti è infatti che le quotazioni delle società medio-piccole diventino (al pari delle commissioni applicate dai fondi) troppo care. Sia perché i Pir hanno una vita di almeno cinque anni e sia perché il numero di società su cui possono investire questi fondi (tra azioni e bond) è limitato. Quindi ipotizzando una crescita simile a quella di quest’ anno per i prossimi quattro, senza ampliare il bouquet di prodotti acquistabili, è evidente che si andrebbe quasi algebricamente incontro a una bolla. Con l’ingresso delle società immobiliari si compie un passo in avanti perché aumenta l’offerta e quindi l’elevata domanda (se tale rimarrà) potrà avere uno sbocco più ampio”. (fonte Il Sole 24 Ore)

Come funziona l’investimento nei PIR?

A undici mesi dal loro debutto sul mercato, tutte le grandi case d’investimento, i grandi network di consulenza e le compagnie di assicurazione (i PIR possono essere inclusi in specifiche polizze vita) mettono a disposizione dei clienti prodotti che rispettano la normativa PIR. Il risparmiatore, però, dovrebbe rivolgersi a un promotore capace di garantirgli una consulenza di qualità, in grado di assicurargli una soluzione complessiva (che comprenda cioè sia l’aspetto finanziario che quello previdenziale e quello fiscale) all’interno della quale collocare in modo adeguato l’investimento nei Pir. Una soluzione in cui siano chiari i costi che dovrà sostenere, il servizio che riceverà, il supporto nel tempo per adeguare l’investimento alle mutate condizioni familiari o di mercato. E, soprattutto, un servizio capace di assicurare la reperibilità del consulente di fiducia nei momenti critici durante i quali è più facile che il risparmiatore possa prendere decisioni che spesso compromettono gli obiettivi della strategia di portafoglio.

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