A tu per tu con Massimiliano Trazzi

Pubblicato da il 22/10/2018 in news, risparmio -

Ai microfoni di SalvaRisparmio c’è Massimiliano Trazzi, Financial Manager del Gruppo Interpump e grande esperto di finanza. Massimiliano ha da poco pubblicato il suo primo libro “Total Return – Costruisci il tuo patrimonio”, una sorta di manuale che insegna come utilizzare al meglio il denaro e sfruttare il proprio capitale. Ce ne parla in questa intervista, offrendo inoltre interessanti riflessioni incentrate sull’educazione finanziaria.

Partiamo dalla ricerca fatta da Bankitalia nel 2017 che ha dato il via a un programma di educazione finanziaria del governo dopo i casi di risparmio tradito. Un’indagine condotta da Banca d’Italia, Ivass, Consob a fine 2017 conferma che il livello di cultura finanziaria degli italiani è “tra i più bassi riscontrati nelle economie avanzate”. Come si può agire per migliorare questa situazione?

Capire il motivo di questo ritardo rispetto ai Paesi più avanzati non è semplicissimo, anche se sarebbe comunque utile. Certamente siamo un Paese che non ha solo carenze di cultura finanziaria, ma di cultura generale. In Italia si legge poco, non si parlano lingue straniere: è chiaro come ci sia un ritardo culturale, evidentemente dettato anche dal sistema scolastico. Per innalzare questo tasso, quindi, si potrebbe agire sulle scuole, ma non soltanto, poiché se ci limitassimo a ciò si escluderebbero tutte quelle persone che, a scuola, non vanno più. Per quanto riguarda le scuole, comunque, si dovrebbe pensare all’educazione finanziaria come insegnamento, una materia come arte, musica e quant’altro. Già così, sarebbe un grande passo in avanti. Noi viviamo in una società capitalistica, una società quindi che si basa sul denaro ed è curioso il fatto che in una società di questo tipo ci siano poche persone che si interessano o ne capiscono. Per andare a sanare questa lacuna si stanno facendo seminari e momenti formativi, che ritengo andrebbero organizzati anche all’interno delle aziende, così da riuscire a coinvolgere contemporaneamente molte persone. E, come detto in precedenza, non trascurerei le scuole.

Quando si parla di educazione finanziaria, però, non si deve intendere solo “conoscenza dei prodotti finanziari”. Secondo me l’educazione finanziaria parte dall’intelligenza finanziaria, ovvero dal come gestirsi e come gestire entrate, uscite, debiti, come pianificare presente e futuro. È un discorso ad ampio raggio. Il tema successivo riguarda una laicizzazione della comunicazione finanziaria. Mi spiego: chi “vende” il prodotto finanziario, rischia un conflitto d’interessi. Quindi non è facilissimo individuare chi dovrebbe svolgere e insegnare questa educazione finanziaria, perché il boccone è ghiottissimo: si parla di un livello di risparmio degli italiani molto alto: circa 4mila miliardi di euro, se non erro, di risparmi investibili. L’educazione finanziaria, quindi, non deve diventare una caccia al risparmio! È importante riuscire a scindere il “capisco quello che devo fare” da “quale prodotto scelgo”.

La finanza non è solo numeri e matematica ma anche emotività. Come si combinano questi due elementi nelle decisioni, in generale ma anche nell’ambiente familiare?

Parto dall’ultimo aspetto. La famiglia è un nucleo che, finanziariamente, può essere assimilato al singolo. Lo stato patrimoniale e il conto economico sono pressoché gli stessi, tuttavia gli elementi all’interno sono diversi. Prendo spunto da un libro, “Think and Grow Rich”, di Napoleon Hill, dove l’autore affrontava le motivazioni che creano i problemi delle persone con il denaro. Tra questi c’era “la scelta sbagliata del partner”: se all’interno della coppia si hanno comportamenti disfunzionali legati al denaro, si farà molta fatica a creare un solido bilancio di famiglia. È molto importante, per questo motivo, avere un’univocità di intenti, quindi bisogna pensare ad un percorso formativo, una cultura finanziaria che possa coinvolgere le famiglie. Senno si rischia di rimanere bloccati, o addirittura entrare in conflitto.

Tornando alla tua provocazione, la finanza non è solo numeri e matematica, ma è soprattutto emotività. È proprio così: una buona gestione comportamentale fa l’80% del risultato. Ciò significa che una pianificazione mediocre, ma gestita molto bene a livello emozionale, darà risultati finanziari migliori rispetto ad una pianificazione eccellente, ma gestita malissimo dal punto di vista emozionale. Non dimentichiamo, infatti, che quando si parla di soldi non si ragiona con la testa, ma soprattutto con lo stomaco. Per questo motivo si continuano a fare determinati errori, errori che faccio anch’io che sono nel settore da vent’anni.

La parte emozionale, comunque, non riguarda solo gli investimenti, ma anche la gestione di entrate ed uscite. Capire dove vanno a finire i tuoi soldi, sapere quanto stai spendendo, darsi dei budget di spesa (ad es. quanto posso spendere?): questi sono tutte azioni in cui la razionalità dovrebbe sovrastare l’emotività.

Poi ci sono i numeri e, tralasciando i grandi discorsi, la cosa da dire è che il benessere finanziario si raggiunge lavorando sul risparmio e l’investimento. Se non curo una delle due sfere, rimango zoppo, il mio patrimonio fatica a decollare. Bisogna essere bravi a combinare le due cose, lavorando con maggior attenzione sulla parte in cui si è più deboli.

Parliamo di spread: proviamo a spiegarlo in maniera semplice e comprensibile. Lei cosa direbbe?

Spread significa differenziale e può essere applicato a tanti contesti. Ad esempio esiste quello sul mutuo che è differente rispetto a quello BTP-BUND che sentiamo nominare quotidianamente al telegiornale. Quest’ultimo è il differenziale di rendimento, nel nostro caso, tra il titolo di stato italiano e quello tedesco. Il termine si è iniziato ad utilizzare frequentemente a partire dal 2011, con l’esplosione della crisi del debito sovrano. Farei, però, un passo indietro, perché prima di parlare di spread, bisognerebbe parlare del debito degli Stati e quindi dei loro strumenti e loro obbligazioni. Il principio cardine è il rapporto tra rischio e rendimento, che rappresenta anche uno dei pilastri della finanza. Questo principio stabilisce che c’è una correlazione positiva tra rischio e rendimento: per cui quanto più è percepito rischioso uno strumento finanziario (quindi anche un titolo di stato), tanto è maggiore il rendimento atteso. Che cosa avviene? Sostanzialmente uno Stato, per finanziare le proprie opere, deve chiedere denaro in prestito ad altre fonti. Per finanziarsi deve mettere in vendita i propri titoli di stato e deve offrire un rendimento ai creditori. Quanto deve essere alto questo rendimento? Dipende: fino al raggiungimento di un punto di equilibrio. Se al 2% nessuno vuole prestarci il denaro, dobbiamo alzare a 3, e via così, finché non troviamo chi è disposto a finanziarci. Questo è il meccanismo: a parità di rischio percepito, si cerca chiaramente il rendimento più alto e viceversa, dando vita così a punti di equilibrio. Ora, il nostro Paese offre dei rendimenti e se non vengono percepiti buoni dagli investitori, nessuno fa affluire capitale. Se il rendimento viene ritenuto sufficiente, l’investitore paga, presta denaro. Lo spread è il differenziale di rendimento tra due stati, nel nostro casa Italia e Germania. Lo spread si alza perché gli investitori ritengono ancora maggiore la differenza di rischio tra Italia e Germania. Ma cosa dell’Italia? Il debito pubblico, quindi la capacità dell’Italia con le sue politiche di pagare o meno i debiti. Laddove il debito viene ritenuto più insicuro e dove c’è poca fiducia da parte dei mercati per le manovre politico/economiche, ecco che si alza lo spread, che possiamo considerare come un termometro della febbre. Siccome il Bund tedesco è percepito a rischio zero, il rischio Italia viene percepito in crescita, quindi si alza il rendimento del titolo italiano e, di conseguenza, lo spread. Spread in salita è dannoso per il Paese perché significa che la collettività finanziaria considera più rischioso il nostro debito e le nostre attività politico/finanziarie: ci stanno “punendo” alzando il rendimento, nessuno vuole dare denaro al costo di prima. Questo ovviamente penalizza i conti pubblici (maggiori interessi), ma anche il settore bancario, che infatti ha particolarmente sofferto le incertezze politiche negli ultimi mesi.

Come mai ha deciso di scrivere “Total Return”?

Si scrive un libro principalmente per due motivi: perché si ha qualcosa da dire e perché si ha voglia di comunicare quella determinata cosa. Durante il mio percorso ho potuto maneggiare la materia sia nell’ambito della mia professione, che come finanza personale, come una persona che ama questa disciplina per la propria crescita. Ho deciso di scrivere questo testo quando mi sono reso conto che non esisteva un libro di questo genere, ovvero un libro che potesse prendere per mano l’individuo che non ha una particolare conoscenza di questi temi e lo portasse a migliorare la propria situazione finanziaria, per costruire un patrimonio personale. “Costruisci il tuo patrimonio” è anche il sottotitolo della mia opera. Il patrimonio, una volta costruito, permette di sganciarsi dall’obbligo di creare denaro lavorando, grazie ai rendimenti che può generare. Il patrimonio, quindi, va ad integrare, o addirittura sostituire, il lavoro. Attenzione, non sto denigrando per nulla il lavoro. Quello che intendo dire è che, chi ha la libertà di decidere, può e deve scegliere che tipo di attività svolgere, quanto lavorare e come lavorare. In sostanza può gestire meglio il suo tempo. Libertà in tal senso significa anche facoltà di scelta in merito all’istruzione, alla sanità, ai viaggi e, naturalmente, ai beni e servizi. Il mio libro vuole portare a migliorare la situazione patrimoniale del lettore attraverso le due leve principali: il risparmio e l’investimento, che richiedono abilità molto diverse, ma decisamente complementari.

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